L’efficacia della mindfulness nei disturbi dell’alimentazione

Mindfulness è un termine di origine inglese che indica uno stato mentale relativo alla consapevolezza che si intensifica spostando l’attenzione verso l’esperienza del momento presente in modo non giudicante. Si tratta di un concetto fondamentale della tradizione buddhista in quanto essa si trova all’interno del percorso indicato dal Buddha diretto alla liberazione dalla sofferenza.

Tale aspetto venne introdotto In occidente grazie agli studi del biologo molecolare J. Kabat-Zinn che ne verificò gli effetti positivi in ambito ospedaliero applicandolo ai pazienti affetti da dolore cronico con l’obiettivo di dimostrare la sua utilità nei casi di stress, sofferenza e malattia, arrivando così a sviluppare un programma chiamato Mindfulness Based Stress Reduction (MBSR). Secondo l’autore questo intervento avrebbe aiutato i pazienti ad apprendere come vivere con il dolore cronico attraverso lo sviluppo della capacità di osservare le sensazioni nel corpo come semplici sensazioni. Il caso del dolore cronico ne era una esemplificazione emblematica ma ciò che accadeva con le sensazioni corporee dolorose, poteva accadere anche con le emozioni negative o con i pensieri ripetitivi e automatici.

Nel corso degli anni, diversi ricercatori si sono interrogati sull’utilità dell’applicazione di queste pratiche in diversi ambiti clinici, in particolare nel contesto dei disturbi alimentari (DCA). I disturbi del comportamento alimentare si caratterizzano per deficit pervasivi nell’autoregolazione dell’introito alimentare, delle emozioni e dei pensieri. Nello specifico le persone che soffrono di queste problematiche sono tipicamente guidate da un intenso desiderio di ottenere un corpo magro e sono frequentemente caratterizzate da immagini corporee distorte, preoccupazione per i pensieri legati al cibo e un’autostime eccessivamente influenzata dal peso e dalle forme corporee.

Negli ultimi anni una gran parte della ricerca ha suggerito che il deficit principale di questi disturbi derivi dai tentativi inefficaci di autoregolazione: la restrizione calorica, le abbuffate compulsive e gli inappropriati metodi di compenso sono concettualizzati come tentativi di regolazione degli aspetti negativi dell’esperienza e possono essere considerati prodotti della reazione di stress.
In particolare, secondo le teorie più affermate, i sintomi dei disturbi alimentari cercano di regolare le emozioni attraverso il comportamento, il comportamento attraverso il pensiero e il pensiero attraverso il comportamento.

La Mindfulness è indicata per affrontare la radicata interazione tra i rigidi processi cognitivi e il comportamento disfunzionale osservato in questi disturbi, aiutando chi ne soffre a coltivare una posizione non giudicante e di accettazione, fornire un maggiore controllo dell’attenzione e dimostrare che i pensieri sono semplicemente operazioni mentali. Attraverso questa pratica i pazienti affinano così la loro capacità di essere presenti nel costante flusso di pensieri, emozioni e sensazioni fisiche così come affinano la capacità di modificare l’orientamento e la relazione con la loro esperienza interna, interrompendo così i personali processi di autoregolazione disfunzionali.


BIBLIOGRAFIA

American Psychiatric Association (2013). Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali – 5° Edizione. Milano: Raffaello Cortina.

Chiesa A. (2011). Gli interventi basati sulla mindfulness. Roma: Giovanni Fioriti Editore.

Didonna F. (2013). Manuale clinico di mindfulness. Milano: Franco Angeli.


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